martedì 13 novembre 2012

Keith Christiansen: “I vostri musei non raccontano tutta l’Italia”.




Keith Christiansen, lei che è curatore d’Arte Europea del Metropolitan Museum di New York, come giudica la situazione all’interno del museo per il quale lavora? 
«Negli ultimi due anni abbiamo superato i sei milioni di visitatori. Siamo in attivo e i nostri progetti fortunatamente vanno tutti avanti».  

È vero che ha preparato un nuovo allestimento per il dipartimento dei quadri antichi?  
«Sì, una serie di gallerie utilizzate per le mostre negli ultimi 30 anni torneranno ad essere spazi di esposizione permanente. Quasi tutte le collezioni saranno riallestite e il lavoro sarà portato a termine a maggio del 2013». 

E avrete più opere esposte?  
«Sì, con nuovi itinerari. Il Nord Europa comincerà con Van Dyck e finirà con Rubens. Per l’Italia vi sono due spazi separati: da una parte da Giotto a Tiziano, dall’altra da Caravaggio a Tiepolo. Stiamo pure lavorando ad un catalogo on-line per i quadri antichi, con oltre 500 schede su Internet: mettendo un iPad davanti alla tela si ottiene in un attimo la scheda e la bibliografia del quadro». 

Il Metropolitan sta facendo nuove acquisizioni?  
«Negli ultimi dieci anni abbiamo inserito altrettante opere importanti: alcune sono veri e propri capolavori, altre riempiono dei vuoti. Tra i capolavori, ad esempio, il ritratto di Talleyrand del 1808 donatoci ad agosto dalla signora Wrightsman». 

Come mai gli americani donano tante opere ai musei?  
«Si tratta di una grande tradizione di filantropia che non sostiene solo i musei ma anche l’Opera, l’Università, gli ospedali». 

C’è concorrenza tra i musei?  
«Il mio lavoro è mantenere rapporti costanti e produttivi con l’universo dei collezionisti: oggi i prezzi delle opere d’arte sono sempre più alti e i capolavori sempre più rari, quindi abbordabili esclusivamente da pochi collezionisti d'élite». 

Perché investite anche in arte moderna, visto che a New York c’è già un museo a ciò dedicato?  
«Dal momento che la più grande attività dei collezionisti consiste oggi nell’acquistare soprattutto opere d’arte contemporanee, non interessarsene equivarrebbe a distrarli dal dare il loro sostegno alla nostra realtà. In ogni caso vedere la pittura contemporanea in un museo universale come il Metropolitan è molto diverso rispetto ad altrove: noi cerchiamo una continuità nella storia, mentre il MoMA si occupa soltanto di arte contemporanea». 

Sono cambiati i visitatori negli ultimi anni?  
«Senz’altro. Ad esempio ci sono molte più persone provenienti dall’Oriente». 

Qual è oggi lo spirito delle vostre mostre?  
«Noi desideriamo che rappresentino tutte le varietà presenti al nostro interno: un modo per valorizzare le diverse collezioni». 

Quali sono i musei comparabili al Metropolitan?  
«Senz’altro il Louvre o il complesso dei Musei di Berlino o ancora il British Museum». 

E quali i suoi preferiti?  
«Senz’altro la Pinacoteca di Monaco di Baviera e poi il Prado a Madrid. Ma sono molto affezionato anche a Vienna e a tutti i suoi musei». 

E in ambito italiano?  
«Credo non ci sia nulla di paragonabile al Prado, alla National Gallery di Londra o al Louvre di Parigi. Per di più nessun museo italiano rappresenta interamente l’Italia. Gli Uffizi, i Musei Romani, Brera, Capodimonte a Napoli e la Sabauda a Torino, anche se statali, sono realtà di livello regionale. Il Prado, invece, rappresenta l’identità del Paese e in quanto tale ha un occhio privilegiato da parte dei governanti e dello Stato. Nessuna persona di cultura lascerebbe mai cadere il Prado nel degrado che talvolta accomuna i musei italiani per mancanza di sostegno appunto dello Stato». 

Perché l’Italia non dà soldi alla cultura?  
«La cultura è cambiata, perchè sono cresciuti gli investimenti necessari. Basti pensare che un tempo la Madonna del Parto la si visitava con un custode part-time a cui bisognava chiedere una chiave... I costi della cultura sono molto aumentati e il bilancio per mantenere i luoghi ad essa deputati ne soffre irrimediabilmente. Oggi, del resto, si paga un biglietto anche per entrare nelle chiese, e questo è un cambiamento incredibile rispetto alla mia gioventù». 

Crede che l’arte oggi conti più di una volta?  
«L’apporto del turismo è in merito certamente determinante». 

Negli Stati Uniti si trovano impieghi nel mondo dell’arte?  
«È sempre più difficile, ma meno che in Europa. Ci sono alcune possibilità specie per i più giovani». 

Che cosa si studia di più oggi?  
«Senz’altro l’arte moderna e contemporanea. La storia dell’arte è diventata una disciplina femminile in tutti i Paesi. La qualità dei funzionari attualmente in carica è buona, sono competenti ma c’è un livello medio: all’orizzonte non si vedono delle star».  


Fonte: La Stampa

lunedì 12 novembre 2012

Quando e come il design sconfina nell'arte.

Alcune opere di design di Martino Gamper



Nel paesaggio fluido della creatività contemporanea, è possibile rintracciare tanti approcci diversi al progetto di design. In ogni caso, sembra tramontato in via definitiva quello che per decenni è stato il suo carattere principale e costitutivo: la dimensione industriale e seriale degli artefatti. Nella fase "classica" del design, compresa tra gli anni Trenta e Settanta, l'idea dominante del design coincide con quella della standardizzazione per un mercato omogeneo, e cioè per un'utenza indifferenziata. 
Oggi una falange del design d'arredo intrattiene con la sfera dell'arte un rapporto intrigante e fecondo, anche se non univoco. Crollate le inibizioni dell'età della macchina, nel campo del design rientrano anche gli oggetti in tiratura limitata, o addirittura quelli in esemplare unico, comunque frutto di un'esecuzione rigorosamente hand made. 

In verità, l'osmosi tra i due mondi è complessa e assai variabile. Avviene sia sul piano concettuale sia su quello operativo, senza però declassarsi al puro artigianato. Il design si avvicina all'arte innanzitutto riconoscendo al manufatto un valore altamente espressivo e simbolico. Qui il valore dell'immagine soppianta quello della funzione, specie se si avvale di linguaggi sperimentali. Ad esempio, le creazioni di Martino Gamper piacerebbero molto a Duchamp. Gamper rimonta l'oggetto dopo averne decostruiti altri, in un frenetico readymade che rispecchia, in piccolo, la condizione contemporanea. 

Le scelte materiche non rivestono affatto un ruolo accessorio. Anzi, i materiali rilanciano l'esperienza della tattilità e del coinvolgimento emotivo, caratteri chiaramente lontani dalla neutralità delle plastiche stampate a iniezione. 
Anzi, in molti casi la materia diviene protagonista in quanto portatrice di spunti creativi. Nella prospettiva ecologista, è nel riciclo di elementi dismessi che l'oggetto può assumere la valenza di oggetto unico, frutto peraltro di un percorso esecutivo decisamente manuale. 


Fonte: Exibart

Perché l'arte ci salverà dalla crisi.



Abbiamo un patrimonio artistico e culturale riconosciuto da tutti, ma a differenza di altri Paesi, tendiamo a trascurarlo. Un atteggiamento delittuoso, perché l'arte potrebbe essere un volano straordinario per far ripartire il Paese. 


È certamente interessante discutere di economia internazionale, dell'euro, dei tassi di interesse, perché da quelli dipendiamo, ma non bisogna commettere l'errore di trascurare tutto il resto. Dobbiamo assolutamente valorizzare quello che abbiamo e dare un valore alle nostre eccellenze, quello che cospicuamente non viene fatto invece in Italia, perché alla nostra eccellenza principale, l'arte, assegniamo un valore pari a zero. 

Di solito si tende a pensare che l'economia e l'arte non vadano in parallelo, e invece no. Qualche esempio? L'aggiudicazione record fatta a New York per l'Urlo di Munch. Parliamo di cifre importanti, anche 120 milioni di dollari, che equivalgono a due tonnellate e mezzo di oro. Da noi quadri e capolavori vengono ammassati nei sotterranei di musei, dove nessuno li può vedere; abbiamo parchi archeologici, come quello di Pompei, che farebbero la fortuna di qualsiasi nazione, e invece sono lasciati all'incuria, e non si pensa mai al potenziale indotto che l'arte potrebbe generare. Si stigmatizzano spesso gli sprechi di denaro, ma è uno spreco anche avere un tesoro e non usarlo. 
Siamo soffocati dai debiti, ci disperiamo perché ci mancano i soldi, le risorse per poter andare avanti. Sapere di avere un valore enorme nel nostro territorio, e buttarlo lì, non farlo fruttare, è veramente un peccato. 

Questa settimana a Milano inizia il periodo dedicato alle aste. Ci sono esposizioni della casa d'aste austriaca Dorotheum, poi dopo seguiranno quelle di Sotheby's, e chi vorrà avvicinarsi al mondo del mercato dell'arte potrà entrare liberamente, toccare, vedere con i propri occhi, perché l'arte non è soltanto per ricchi, ci sono quadri d'autore che costano come un bel vestito, ma a differenza di questo, rappresentano un valore nel tempo, regalano ogni giorno quello che noi appassionati di mercato dell'arte definiamo il dividendo estetico, vale a dire la bellezza che ci rende più felici e migliora la nostra qualità della vita. 
A Novembre, gli appuntamenti legati al mercato dell'arte sono numerosi, è in corso in questo momento a Firenze Florence, una serie di conferenze e incontri aventi per tema l'arte. Inoltre, tra poco a Milano partirà l’Art For Business Forum, incentrato sulle possibilità dell'arte di migliorare la produttività e l'incrocio tra arte e impresa, e poi come dicevo a fine novembre le aste d'arte contemporanea. 
E' un modo per capire quanto valore ci sia tutto intorno a noi, tante volte dimenticato, trascurato, sprecato, mentre all'estero c'è piena contezza del valore dell'arte. Per noi non puntarci è assolutamente delittuoso.

Qual è stato l'effetto della crisi economica sull'arte? Quest'ultima potrebbe essere un volano per uscire dalla crisi? 
Con la crisi il mercato dell'arte in Italia si è fermato, anche quel poco che stava iniziando a partire si è bloccato, perché c'è il timore di esporsi e subire controlli fiscali. A ben pensarci è grottesco, perché se io compro un milione di Euro di buoni del tesoro nessuno viene a puntarmi il dito contro, mentre se spendo un milione di Euro per un bel quadro mi sto concedendo un lusso. In realtà, se sono un evasore e ho ottenuto questo milione di Euro con metodi illeciti dovrei essere individuato in tutte e due i casi. 

Dunque si va a colpire quello che potenzialmente potrebbe essere utile, mentre si dovrebbe fare esattamente il contrario: utilizzare l'arte come un volano per l'uscita dalla crisi, incentivando le esportazioni. Allo stato attuale ad esempio, avendo un trenta per cento di svantaggio di valuta non possiamo competere con i tedeschi e la loro capacità di fabbricare prodotti di alto livello tecnologico, ma potremmo essere realmente competitivi valorizzando la nostra arte, i nostri beni culturali, portando gente a vederli, propagandandoli, facendo merchandising, creando consapevolezza, valore, e in definitiva posti di lavoro e benessere. 
Un caso emblematico è quello di Bilbao, una città che era in crisi profondissima, con una situazione di fortissimo disagio sociale. Come ne sono venuti fuori? Facendo il Guggheneim, un museo bellissimo che è diventato un'attrazione grazie al quale la città è rifiorita. 
Lì hanno creato dal niente, noi invece dovremmo semplicemente gestire meglio l'esistente e creeremmo lavoro, invece di fare miliardi di sprechi. Se Pompei diventasse totalmente fruibile e totalmente gestibile, come meriterebbe un luogo così unico, quanti posti di lavoro si creerebbero? Quanti capitali si attirerebbero? 


Fonte: Cado in piedi – di Claudio Borghi Aquilini

sabato 10 novembre 2012

Arte e paesaggio: più che risorse sono la nostra identità.




In Italia abbiamo uno straordinario patrimonio culturale composto da musei, monumenti, chiese, bellezze naturali. Si tratta di un patrimonio unico, frutto di una storia che ha lasciato infinite testimonianze, difficilmente riscontrabili in altri Paesi. Questa memoria costituisce probabilmente la sintesi più eloquente della nostra unità nazionale. Già secoli fa, diversi Stati della penisola italiana si erano sentiti responsabili verso un tessuto così complesso, costituito non solo da emergenze di straordinario interesse storico-artistico e naturalistico, ma anche da una molteplicità di centri minori ricchi di storia e di arte. Insomma, l'Italia ha ben presto compreso di essere un museo diffuso da salvaguardare. Secondo questa consapevolezza, il passato è sempre stato fonte di ispirazione per il futuro: pensiamo solo a come il Rinascimento ha interpretato il mondo greco-romano. Tuttavia, a partire dal secondo dopoguerra qualcosa è cambiato. L'Italia ha vissuto, e il fenomeno non cessa di diminuire, all'insegna del brutto, dell'abbandono sistematico delle proprie testimonianze. C'è stato un vero e proprio assalto al patrimonio culturale. Incuria, degrado, distruzioni. Dal Nord al Sud, l'Italia sembra avvolta da una frenesia di delirio vandalico che non risparmia nulla, né siti archeologici, né centri storici e tantomeno coste e litorali. Una vera follia. L'Italia oggi può a pieno titolo riconoscersi unita nella volontà sistematica di cancellare la propria storia. È sufficiente uscire dai centri di città d'arte come Roma o Napoli, per assistere agli stupri del paesaggio, alle mostruose periferie, a una cementificazione che ha preso d'assalto tutto il territorio nazionale. Molti splendidi centri storici, soprattutto nel Sud, si sono svuotati, con la conseguenza che si sono venuti a creare periferie come immensi e squallidi dormitori, simboli di alienazione e di isolamento. Abbrutimento culturale? Inciviltà? Già Pasolini segnalava inascoltato questo dramma tanti decenni fa. E nulla si è fatto. Distruggere quanto ci è stato tramandato non è solo un atto contro se stessi, ma è segno di perdita di significato, di volontà di negare la dignità di un popolo. Di fatto, ci siamo trovati di fronte a classi politiche rozze e prive di cultura, attente ad assecondare il loro elettorato, concedendo tutte le licenze possibili a scapito di un'edificazione senza controlli. Non solo, il Ministero dei Beni Culturali è stato spesso ininfluente dal punto di vista della scarsità dei finanziamenti economici e delle competenze. Chi di noi non ricorda le prodezze dell'ormai celebre ex ministro dei Beni Culturali Vincenza Bono Parrino? Quando penso all'incapacità di conservazione e di valorizzazione del nostro patrimonio, non considero solo i casi eclatanti di Pompei (crolli continui, milioni di euro spesi per "rifare" il teatro antico con cordoli di cemento armato e mattoni di tufo, sic!) o di altri siti archeologici continuamente minacciati dalla speculazione immobiliare o dalle costruzioni abusive (tanto prima o poi ci sarà un condono edilizio!), ma il triste stato in cui versano tantissimi monumenti, sempre più decontestualizzati dal loro ambiente originario e che si ritrovano oggi a essere miseri superstiti in mezzo a selve barbariche di cemento. Oggi si parla molto di giacimenti culturali. La cultura, si dice, sarebbe il nostro petrolio, un bene che l'Italia potrebbe sfruttare economicamente. Tuttavia, anche da questo punto di vista non si è fatto nulla, perché non si è voluto investire seriamente. Non si è mai puntato sulle infrastrutture, sulla formazione. Anzi, le distruzioni avvenute rendono ormai impossibile qualunque sviluppo. Non solo. Se parlare in termini di giacimenti culturali è flatus vocis, non si parla mai di beni culturali (e di paesaggio) come una risorsa etica e collettiva. Per una civiltà che si reputi tale, i beni culturali non possono essere strumentalizzati a fini economici, ma devono costituire l'identità riconosciuta di un popolo. Come scrive Marc Fumaroli: «Lo Stato tradisce se stesso e smantella se stesso se, dimenticando i suoi interessi fondamentali, comincia a vedere il patrimonio che ha il compito di conservare, di accrescere e di far apprezzare e comprendere al maggior numero di persone, nell'ottica del rendimento economico, della venalità finanziaria e dello sfruttamento a fini diversi dall'interesse civico e pubblico che deve servire». Tramandare il proprio passato è un fatto di civiltà, di umanità. Perché non ci può essere futuro, senza memoria delle proprie origini.


Fonte: Avvenire – di Andrea Dall’Asta

venerdì 9 novembre 2012

Meno tasse per l’arte?




Coerente con quanto stabilito nel 1982, la Francia rinuncia a tassare le opere d’arte che rientrano nel patrimonio dei più ricchi cittadini. L’insidia stava in un emendamento proposto da un parlamentare socialista, il sistema culturale si è subito ribellato e il governo ha confermato l’esenzione dell’arte dalla tassazione dei patrimoni. Che le tasse facessero male all’arte lo aveva già scritto Keynes nel 1936, in tempi non ossessionati dalla chimera delle sponsorizzazioni, che invece continuano a catalizzare quel poco di discussione sul tema che ancora sopravvive in Italia. A ben guardare nel labirinto tributario del nostro Paese si scoprono varie cose: la legislazione sull’esenzione fiscale è davvero generosa ma pervasa da cavilli, quello che manca per il sostegno societario è la motivazione, cosa del tutto comprensibile in un sistema soffocato da formalismi e burocrazia; l’imposta sul valore aggiunto, imparzialmente salata e non sempre armonizzata con le aliquote del resto d’Europa, tende a omogeneizzare l’arte e la cultura (pensiamo ai libri e ai dischi, ahimè) con qualsiasi prodotto manifatturiero; le imposte sugli immobili e sui redditi da lavoro ignorano la specificità delle attività e delle professioni culturali, soprattutto il loro infungibile apporto alla qualità della vita urbana. Qui non si tratta di abolire la tassazione ma di ridisegnarne struttura e dinamiche in modo da non gravare stupidamente su un settore produttivo che genera sicuramente una cascata di effetti positivi e soprattutto può inoculare nell’intera economia l’enzima della creatività e dell’innovazione, la sintassi della cooperazione progettuale, la grammatica dell’ascolto reciproco e del dialogo multiculturale. Liberando la cultura dal giogo tributario si potrebbero stimolare energie che altrimenti si spostano su altre attività o semplicemente emigrano. La questione non è soltanto tecnica. Prima ancora, è culturale: capire il valore dell’arte e l’importanza della sua circolazione e diffusione non è un gesto di dotta benevolenza, ma un’accorta strategia di crescita civile ed economica. Se il governo se ne accorgesse potrebbe finalmente mostrare che un regime fiscale leggero e incisivo vale molto più delle frasi da bacio perugina che tuttora pervadono il lamentoso dibattito sulla cultura italiana.


Fonte: Tafter – di Michele Trimarchi 

Il destino delle banche è diventare musei.




Nel novembre 2011 Intesa Sanpaolo aveva inaugurato con grande successo le sue Gallerie di piazza Scala con il percorso dell’Ottocento (200 opere da Canova a Boccioni), ordinato da Fernando Mazzocca negli antichi palazzi della banca in via Manzoni. Se quelle erano in grande maggioranza opere di proprietà di Fondazione Cariplo, ora che è la volta del pieno XX secolo il curatore, Francesco Tedeschi, ha attinto alla sola, ricchissima collezione di arte italiana degli anni tra il 1950 e la fine del secolo di proprietà di Intesa Sanpaolo. «Cantiere del ’900» è il titolo di questo nuovo itinerario, che trova posto nel sontuoso palazzo contiguo ai primi, affacciato su piazza Scala e progettato nel primo Novecento da Luca Beltrami per ospitare la sede centrale della Banca Commerciale. Sui suoi spazi è ora intervenuto Michele De Lucchi, che ha integrato nel percorso anche il caveau, trasformandolo in un deposito visitabile di grande suggestione. Ma, come era stato auspicato già l’anno scorso, ha voluto fare di questo museo anche un luogo d’incontro per milanesi e turisti, aprendo, all’angolo tra la piazza e via Manzoni, un bookshop e una grande caffetteria, che si aggiungerà alla piccola caffetteria interna e che offrirà un nuovo punto d’attrazione nel cuore della città, proprio di fronte al Teatro alla Scala.
Con i nuovi spazi, le Gallerie di piazza Scala raggiungono gli 8.300 metri quadrati, distribuiti tra i tre palazzi aristocratici nei quali si snoda la collezione dell’Ottocento (Palazzo Anguissola, neoclassico, e i palazzi Antona Traversi e Brentani, del primo Ottocento) e l’edificio appena inaugurato, vero palinsesto dell’architettura milanese e dell’arte italiana degli ultimi due secoli. In questo percorso attraverso il secondo Novecento, Francesco Tedeschi ha riunito 189 opere (12 sezioni, due ouverture e due percorsi monografici) delle più signicative linee di ricerca attraversate dai protagonisti dell’arte italiana del secolo passato.
Per la didattica, Francesca Pola ha curato i supporti multimediali per i visitatori e Civita ha messo a punto un programma di visite guidate per adulti e laboratori didattici per le scuole, tutti gratuiti, che si aggiungono alle audioguide gratuite in nove lingue, anche in versione iPod.

Fonte: Il Giornale dell'Arte

giovedì 8 novembre 2012

"Che brutta l'architettura sacra contemporanea": così sentenzia Sgarbi.

Chiesa di San Giacomo di Massimiliano Fuksas a Foligno



Da un’intervista al critico d'arte Vittorio Sgarbi a cura di Giacomo Galeazzi per “Vatican Insider”.


"Meglio una capanna delle cattedrali contemporanee. Il modello è Joseph Ratzinger". Il critico e storico dell’arte, Vittorio Sgarbi punta l'indice contro la "pessima architettura sacra" che "allontana i credenti invece di avvicinarli alla fede".

Cosa non le piace nelle chiese degli archistar?
"Ho lavorato con monsignor Carlo Chenis alla straordinaria ristrutturazione dellla cattedrale di Noto. Quella è grande architettura sacra, non il delirio di onnipotenza di quasi tutti gli architetti contemporanei che dagli anni Settanta in poi seminano bruttezza. Sono credente e ho sempre considerato la religione cristiana il fondamento della nostra civiltà, perciò non posso restare in silenzio davanti all'eliminazione dal punto di vista morfologico di elementi costitutivi per quindici secoli degli edifici sacri quali la cupola e la volta. Elementi-simbolo del paradiso".

Qual è l'assenza che lei denuncia?
"E' l'assenza di quelle forme che portano il cielo nello spazio della chiesa. Nella pittura e nell'architettura manca il richiamo alla dimensione celeste. La colpa è delle prevaricazioni formali e del narcisismo di architetti che pensano in questo modo di superare le tipologie tradizionali. Ne è una dimostrazione terrificante la chiesa costruita a Foligno da Massimiliano Fuksas. Dovendo fare architetture nuove, non rispondono a richieste di necessità formali. Tranne Mario Motta tutti gli altri architetti si sono arrampicati su strutture prive di senso. Chi visita la cattedrale di Siracusa, per esempio, resta sconcertato dal delirio di onnipotenza, dall'esaltazione dionisiaca dell'architetto. E' meglio qualunque capanna"

Di chi è la colpa?
"Dell'ateismo degli architetti contemporanei. A differenza di ciò che è accaduto per mille e cinquecento anni, non sono in grado di trasformare il valore spirituale in valore formale. Non riescono a farlo perché non hanno fede. Bisogna approfondire in che modo gli artisti contemporanei percepiscono il rapporto con il divino. Dobbiamo capire da dove nasce la difficoltà di rappresentare oggi i temi della cristianità che per secoli sono stati la prima fonte di ispirazione artistica. Eppure l’artista non è un semplice mediatore o strumento della volontà di Dio ma divinità egli stesso, in quanto creatore dell’opera d’arte, non è uno sciamano  ma riesce ad essere Dio stesso. L’artista è Dio, e in quanto Dio egli manifesta la divinità immanente, la divinità che cammina per strada".

Quindi senza fede non c'è arte sacra?
"Ho focalizzato l'attenzione da tempo sulle prove realizzate da architetti, pittori e scultori, mettendone in luce limiti e slanci per scoprire che l'"ombra del divino" è la condizione in cui gli artisti si muovono quando si confrontano con il sacro. La decorazione per la cattedrale di Noto, ricostruita dopo il crollo del 1996, ha rappresentato l'occasione per tornare a parlare di arte sacra in un'epoca che sembra aver rinunciato al cielo. Ricordando la condizione privilegiata dell'artista, va indicata la strada per ripensare al divino come impulso vitale per l'arte contemporanea, punto di partenza e suo compimento".

Come porvi rimedio?
"Deve tornare centrale nel dibattito culturale il legame imprescindibile tra arte, bellezza e ricerca del significato ultimo dell’esistenza umana. Mi rendo conto che è un dibattito in netta controtendenza con il pensiero dominante dei nostri giorni, che vorrebbe ridurre l’arte a fonte di emozioni forti e sensazioni scioccanti. Ritengo, invece, che nell’esperienza artistica vi sia un percorso di conoscenza, una via privilegiata per accostarsi al divino. Il modello da seguire è la “teologia della liturgia” di Benedetto XVI. Così va reimpostato il rapporto tra architettura sacra e fede nel contemporaneo, Ovviamente il ruolo della bellezza non è patrimonio esclusivo dell’arte figurativa ma insita anche nell’astratto (dove esprime «l’idea assoluta di un Dio che è dentro di noi»), però bisogna riconsiderare la figura dell’artista in relazione al divino".