lunedì 12 novembre 2012

Perché l'arte ci salverà dalla crisi.



Abbiamo un patrimonio artistico e culturale riconosciuto da tutti, ma a differenza di altri Paesi, tendiamo a trascurarlo. Un atteggiamento delittuoso, perché l'arte potrebbe essere un volano straordinario per far ripartire il Paese. 


È certamente interessante discutere di economia internazionale, dell'euro, dei tassi di interesse, perché da quelli dipendiamo, ma non bisogna commettere l'errore di trascurare tutto il resto. Dobbiamo assolutamente valorizzare quello che abbiamo e dare un valore alle nostre eccellenze, quello che cospicuamente non viene fatto invece in Italia, perché alla nostra eccellenza principale, l'arte, assegniamo un valore pari a zero. 

Di solito si tende a pensare che l'economia e l'arte non vadano in parallelo, e invece no. Qualche esempio? L'aggiudicazione record fatta a New York per l'Urlo di Munch. Parliamo di cifre importanti, anche 120 milioni di dollari, che equivalgono a due tonnellate e mezzo di oro. Da noi quadri e capolavori vengono ammassati nei sotterranei di musei, dove nessuno li può vedere; abbiamo parchi archeologici, come quello di Pompei, che farebbero la fortuna di qualsiasi nazione, e invece sono lasciati all'incuria, e non si pensa mai al potenziale indotto che l'arte potrebbe generare. Si stigmatizzano spesso gli sprechi di denaro, ma è uno spreco anche avere un tesoro e non usarlo. 
Siamo soffocati dai debiti, ci disperiamo perché ci mancano i soldi, le risorse per poter andare avanti. Sapere di avere un valore enorme nel nostro territorio, e buttarlo lì, non farlo fruttare, è veramente un peccato. 

Questa settimana a Milano inizia il periodo dedicato alle aste. Ci sono esposizioni della casa d'aste austriaca Dorotheum, poi dopo seguiranno quelle di Sotheby's, e chi vorrà avvicinarsi al mondo del mercato dell'arte potrà entrare liberamente, toccare, vedere con i propri occhi, perché l'arte non è soltanto per ricchi, ci sono quadri d'autore che costano come un bel vestito, ma a differenza di questo, rappresentano un valore nel tempo, regalano ogni giorno quello che noi appassionati di mercato dell'arte definiamo il dividendo estetico, vale a dire la bellezza che ci rende più felici e migliora la nostra qualità della vita. 
A Novembre, gli appuntamenti legati al mercato dell'arte sono numerosi, è in corso in questo momento a Firenze Florence, una serie di conferenze e incontri aventi per tema l'arte. Inoltre, tra poco a Milano partirà l’Art For Business Forum, incentrato sulle possibilità dell'arte di migliorare la produttività e l'incrocio tra arte e impresa, e poi come dicevo a fine novembre le aste d'arte contemporanea. 
E' un modo per capire quanto valore ci sia tutto intorno a noi, tante volte dimenticato, trascurato, sprecato, mentre all'estero c'è piena contezza del valore dell'arte. Per noi non puntarci è assolutamente delittuoso.

Qual è stato l'effetto della crisi economica sull'arte? Quest'ultima potrebbe essere un volano per uscire dalla crisi? 
Con la crisi il mercato dell'arte in Italia si è fermato, anche quel poco che stava iniziando a partire si è bloccato, perché c'è il timore di esporsi e subire controlli fiscali. A ben pensarci è grottesco, perché se io compro un milione di Euro di buoni del tesoro nessuno viene a puntarmi il dito contro, mentre se spendo un milione di Euro per un bel quadro mi sto concedendo un lusso. In realtà, se sono un evasore e ho ottenuto questo milione di Euro con metodi illeciti dovrei essere individuato in tutte e due i casi. 

Dunque si va a colpire quello che potenzialmente potrebbe essere utile, mentre si dovrebbe fare esattamente il contrario: utilizzare l'arte come un volano per l'uscita dalla crisi, incentivando le esportazioni. Allo stato attuale ad esempio, avendo un trenta per cento di svantaggio di valuta non possiamo competere con i tedeschi e la loro capacità di fabbricare prodotti di alto livello tecnologico, ma potremmo essere realmente competitivi valorizzando la nostra arte, i nostri beni culturali, portando gente a vederli, propagandandoli, facendo merchandising, creando consapevolezza, valore, e in definitiva posti di lavoro e benessere. 
Un caso emblematico è quello di Bilbao, una città che era in crisi profondissima, con una situazione di fortissimo disagio sociale. Come ne sono venuti fuori? Facendo il Guggheneim, un museo bellissimo che è diventato un'attrazione grazie al quale la città è rifiorita. 
Lì hanno creato dal niente, noi invece dovremmo semplicemente gestire meglio l'esistente e creeremmo lavoro, invece di fare miliardi di sprechi. Se Pompei diventasse totalmente fruibile e totalmente gestibile, come meriterebbe un luogo così unico, quanti posti di lavoro si creerebbero? Quanti capitali si attirerebbero? 


Fonte: Cado in piedi – di Claudio Borghi Aquilini

sabato 10 novembre 2012

Arte e paesaggio: più che risorse sono la nostra identità.




In Italia abbiamo uno straordinario patrimonio culturale composto da musei, monumenti, chiese, bellezze naturali. Si tratta di un patrimonio unico, frutto di una storia che ha lasciato infinite testimonianze, difficilmente riscontrabili in altri Paesi. Questa memoria costituisce probabilmente la sintesi più eloquente della nostra unità nazionale. Già secoli fa, diversi Stati della penisola italiana si erano sentiti responsabili verso un tessuto così complesso, costituito non solo da emergenze di straordinario interesse storico-artistico e naturalistico, ma anche da una molteplicità di centri minori ricchi di storia e di arte. Insomma, l'Italia ha ben presto compreso di essere un museo diffuso da salvaguardare. Secondo questa consapevolezza, il passato è sempre stato fonte di ispirazione per il futuro: pensiamo solo a come il Rinascimento ha interpretato il mondo greco-romano. Tuttavia, a partire dal secondo dopoguerra qualcosa è cambiato. L'Italia ha vissuto, e il fenomeno non cessa di diminuire, all'insegna del brutto, dell'abbandono sistematico delle proprie testimonianze. C'è stato un vero e proprio assalto al patrimonio culturale. Incuria, degrado, distruzioni. Dal Nord al Sud, l'Italia sembra avvolta da una frenesia di delirio vandalico che non risparmia nulla, né siti archeologici, né centri storici e tantomeno coste e litorali. Una vera follia. L'Italia oggi può a pieno titolo riconoscersi unita nella volontà sistematica di cancellare la propria storia. È sufficiente uscire dai centri di città d'arte come Roma o Napoli, per assistere agli stupri del paesaggio, alle mostruose periferie, a una cementificazione che ha preso d'assalto tutto il territorio nazionale. Molti splendidi centri storici, soprattutto nel Sud, si sono svuotati, con la conseguenza che si sono venuti a creare periferie come immensi e squallidi dormitori, simboli di alienazione e di isolamento. Abbrutimento culturale? Inciviltà? Già Pasolini segnalava inascoltato questo dramma tanti decenni fa. E nulla si è fatto. Distruggere quanto ci è stato tramandato non è solo un atto contro se stessi, ma è segno di perdita di significato, di volontà di negare la dignità di un popolo. Di fatto, ci siamo trovati di fronte a classi politiche rozze e prive di cultura, attente ad assecondare il loro elettorato, concedendo tutte le licenze possibili a scapito di un'edificazione senza controlli. Non solo, il Ministero dei Beni Culturali è stato spesso ininfluente dal punto di vista della scarsità dei finanziamenti economici e delle competenze. Chi di noi non ricorda le prodezze dell'ormai celebre ex ministro dei Beni Culturali Vincenza Bono Parrino? Quando penso all'incapacità di conservazione e di valorizzazione del nostro patrimonio, non considero solo i casi eclatanti di Pompei (crolli continui, milioni di euro spesi per "rifare" il teatro antico con cordoli di cemento armato e mattoni di tufo, sic!) o di altri siti archeologici continuamente minacciati dalla speculazione immobiliare o dalle costruzioni abusive (tanto prima o poi ci sarà un condono edilizio!), ma il triste stato in cui versano tantissimi monumenti, sempre più decontestualizzati dal loro ambiente originario e che si ritrovano oggi a essere miseri superstiti in mezzo a selve barbariche di cemento. Oggi si parla molto di giacimenti culturali. La cultura, si dice, sarebbe il nostro petrolio, un bene che l'Italia potrebbe sfruttare economicamente. Tuttavia, anche da questo punto di vista non si è fatto nulla, perché non si è voluto investire seriamente. Non si è mai puntato sulle infrastrutture, sulla formazione. Anzi, le distruzioni avvenute rendono ormai impossibile qualunque sviluppo. Non solo. Se parlare in termini di giacimenti culturali è flatus vocis, non si parla mai di beni culturali (e di paesaggio) come una risorsa etica e collettiva. Per una civiltà che si reputi tale, i beni culturali non possono essere strumentalizzati a fini economici, ma devono costituire l'identità riconosciuta di un popolo. Come scrive Marc Fumaroli: «Lo Stato tradisce se stesso e smantella se stesso se, dimenticando i suoi interessi fondamentali, comincia a vedere il patrimonio che ha il compito di conservare, di accrescere e di far apprezzare e comprendere al maggior numero di persone, nell'ottica del rendimento economico, della venalità finanziaria e dello sfruttamento a fini diversi dall'interesse civico e pubblico che deve servire». Tramandare il proprio passato è un fatto di civiltà, di umanità. Perché non ci può essere futuro, senza memoria delle proprie origini.


Fonte: Avvenire – di Andrea Dall’Asta

venerdì 9 novembre 2012

Meno tasse per l’arte?




Coerente con quanto stabilito nel 1982, la Francia rinuncia a tassare le opere d’arte che rientrano nel patrimonio dei più ricchi cittadini. L’insidia stava in un emendamento proposto da un parlamentare socialista, il sistema culturale si è subito ribellato e il governo ha confermato l’esenzione dell’arte dalla tassazione dei patrimoni. Che le tasse facessero male all’arte lo aveva già scritto Keynes nel 1936, in tempi non ossessionati dalla chimera delle sponsorizzazioni, che invece continuano a catalizzare quel poco di discussione sul tema che ancora sopravvive in Italia. A ben guardare nel labirinto tributario del nostro Paese si scoprono varie cose: la legislazione sull’esenzione fiscale è davvero generosa ma pervasa da cavilli, quello che manca per il sostegno societario è la motivazione, cosa del tutto comprensibile in un sistema soffocato da formalismi e burocrazia; l’imposta sul valore aggiunto, imparzialmente salata e non sempre armonizzata con le aliquote del resto d’Europa, tende a omogeneizzare l’arte e la cultura (pensiamo ai libri e ai dischi, ahimè) con qualsiasi prodotto manifatturiero; le imposte sugli immobili e sui redditi da lavoro ignorano la specificità delle attività e delle professioni culturali, soprattutto il loro infungibile apporto alla qualità della vita urbana. Qui non si tratta di abolire la tassazione ma di ridisegnarne struttura e dinamiche in modo da non gravare stupidamente su un settore produttivo che genera sicuramente una cascata di effetti positivi e soprattutto può inoculare nell’intera economia l’enzima della creatività e dell’innovazione, la sintassi della cooperazione progettuale, la grammatica dell’ascolto reciproco e del dialogo multiculturale. Liberando la cultura dal giogo tributario si potrebbero stimolare energie che altrimenti si spostano su altre attività o semplicemente emigrano. La questione non è soltanto tecnica. Prima ancora, è culturale: capire il valore dell’arte e l’importanza della sua circolazione e diffusione non è un gesto di dotta benevolenza, ma un’accorta strategia di crescita civile ed economica. Se il governo se ne accorgesse potrebbe finalmente mostrare che un regime fiscale leggero e incisivo vale molto più delle frasi da bacio perugina che tuttora pervadono il lamentoso dibattito sulla cultura italiana.


Fonte: Tafter – di Michele Trimarchi 

Il destino delle banche è diventare musei.




Nel novembre 2011 Intesa Sanpaolo aveva inaugurato con grande successo le sue Gallerie di piazza Scala con il percorso dell’Ottocento (200 opere da Canova a Boccioni), ordinato da Fernando Mazzocca negli antichi palazzi della banca in via Manzoni. Se quelle erano in grande maggioranza opere di proprietà di Fondazione Cariplo, ora che è la volta del pieno XX secolo il curatore, Francesco Tedeschi, ha attinto alla sola, ricchissima collezione di arte italiana degli anni tra il 1950 e la fine del secolo di proprietà di Intesa Sanpaolo. «Cantiere del ’900» è il titolo di questo nuovo itinerario, che trova posto nel sontuoso palazzo contiguo ai primi, affacciato su piazza Scala e progettato nel primo Novecento da Luca Beltrami per ospitare la sede centrale della Banca Commerciale. Sui suoi spazi è ora intervenuto Michele De Lucchi, che ha integrato nel percorso anche il caveau, trasformandolo in un deposito visitabile di grande suggestione. Ma, come era stato auspicato già l’anno scorso, ha voluto fare di questo museo anche un luogo d’incontro per milanesi e turisti, aprendo, all’angolo tra la piazza e via Manzoni, un bookshop e una grande caffetteria, che si aggiungerà alla piccola caffetteria interna e che offrirà un nuovo punto d’attrazione nel cuore della città, proprio di fronte al Teatro alla Scala.
Con i nuovi spazi, le Gallerie di piazza Scala raggiungono gli 8.300 metri quadrati, distribuiti tra i tre palazzi aristocratici nei quali si snoda la collezione dell’Ottocento (Palazzo Anguissola, neoclassico, e i palazzi Antona Traversi e Brentani, del primo Ottocento) e l’edificio appena inaugurato, vero palinsesto dell’architettura milanese e dell’arte italiana degli ultimi due secoli. In questo percorso attraverso il secondo Novecento, Francesco Tedeschi ha riunito 189 opere (12 sezioni, due ouverture e due percorsi monografici) delle più signicative linee di ricerca attraversate dai protagonisti dell’arte italiana del secolo passato.
Per la didattica, Francesca Pola ha curato i supporti multimediali per i visitatori e Civita ha messo a punto un programma di visite guidate per adulti e laboratori didattici per le scuole, tutti gratuiti, che si aggiungono alle audioguide gratuite in nove lingue, anche in versione iPod.

Fonte: Il Giornale dell'Arte

giovedì 8 novembre 2012

"Che brutta l'architettura sacra contemporanea": così sentenzia Sgarbi.

Chiesa di San Giacomo di Massimiliano Fuksas a Foligno



Da un’intervista al critico d'arte Vittorio Sgarbi a cura di Giacomo Galeazzi per “Vatican Insider”.


"Meglio una capanna delle cattedrali contemporanee. Il modello è Joseph Ratzinger". Il critico e storico dell’arte, Vittorio Sgarbi punta l'indice contro la "pessima architettura sacra" che "allontana i credenti invece di avvicinarli alla fede".

Cosa non le piace nelle chiese degli archistar?
"Ho lavorato con monsignor Carlo Chenis alla straordinaria ristrutturazione dellla cattedrale di Noto. Quella è grande architettura sacra, non il delirio di onnipotenza di quasi tutti gli architetti contemporanei che dagli anni Settanta in poi seminano bruttezza. Sono credente e ho sempre considerato la religione cristiana il fondamento della nostra civiltà, perciò non posso restare in silenzio davanti all'eliminazione dal punto di vista morfologico di elementi costitutivi per quindici secoli degli edifici sacri quali la cupola e la volta. Elementi-simbolo del paradiso".

Qual è l'assenza che lei denuncia?
"E' l'assenza di quelle forme che portano il cielo nello spazio della chiesa. Nella pittura e nell'architettura manca il richiamo alla dimensione celeste. La colpa è delle prevaricazioni formali e del narcisismo di architetti che pensano in questo modo di superare le tipologie tradizionali. Ne è una dimostrazione terrificante la chiesa costruita a Foligno da Massimiliano Fuksas. Dovendo fare architetture nuove, non rispondono a richieste di necessità formali. Tranne Mario Motta tutti gli altri architetti si sono arrampicati su strutture prive di senso. Chi visita la cattedrale di Siracusa, per esempio, resta sconcertato dal delirio di onnipotenza, dall'esaltazione dionisiaca dell'architetto. E' meglio qualunque capanna"

Di chi è la colpa?
"Dell'ateismo degli architetti contemporanei. A differenza di ciò che è accaduto per mille e cinquecento anni, non sono in grado di trasformare il valore spirituale in valore formale. Non riescono a farlo perché non hanno fede. Bisogna approfondire in che modo gli artisti contemporanei percepiscono il rapporto con il divino. Dobbiamo capire da dove nasce la difficoltà di rappresentare oggi i temi della cristianità che per secoli sono stati la prima fonte di ispirazione artistica. Eppure l’artista non è un semplice mediatore o strumento della volontà di Dio ma divinità egli stesso, in quanto creatore dell’opera d’arte, non è uno sciamano  ma riesce ad essere Dio stesso. L’artista è Dio, e in quanto Dio egli manifesta la divinità immanente, la divinità che cammina per strada".

Quindi senza fede non c'è arte sacra?
"Ho focalizzato l'attenzione da tempo sulle prove realizzate da architetti, pittori e scultori, mettendone in luce limiti e slanci per scoprire che l'"ombra del divino" è la condizione in cui gli artisti si muovono quando si confrontano con il sacro. La decorazione per la cattedrale di Noto, ricostruita dopo il crollo del 1996, ha rappresentato l'occasione per tornare a parlare di arte sacra in un'epoca che sembra aver rinunciato al cielo. Ricordando la condizione privilegiata dell'artista, va indicata la strada per ripensare al divino come impulso vitale per l'arte contemporanea, punto di partenza e suo compimento".

Come porvi rimedio?
"Deve tornare centrale nel dibattito culturale il legame imprescindibile tra arte, bellezza e ricerca del significato ultimo dell’esistenza umana. Mi rendo conto che è un dibattito in netta controtendenza con il pensiero dominante dei nostri giorni, che vorrebbe ridurre l’arte a fonte di emozioni forti e sensazioni scioccanti. Ritengo, invece, che nell’esperienza artistica vi sia un percorso di conoscenza, una via privilegiata per accostarsi al divino. Il modello da seguire è la “teologia della liturgia” di Benedetto XVI. Così va reimpostato il rapporto tra architettura sacra e fede nel contemporaneo, Ovviamente il ruolo della bellezza non è patrimonio esclusivo dell’arte figurativa ma insita anche nell’astratto (dove esprime «l’idea assoluta di un Dio che è dentro di noi»), però bisogna riconsiderare la figura dell’artista in relazione al divino".

La Reggia di Caserta perde pezzi. In arrivo 7 milioni di euro per il recupero e la manutenzione.




"Arriveranno sette milioni di euro per il restauro e la manutenzione della facciata principale della Reggia di Caserta e di uno dei cortili interni". Ad annunciarlo e' la sovrintendente dei Beni culturali di Caserta Paola Raffaella David a margine dell'inaugurazione della mostra fotografica "Henri Cartier-Bresson nella reggia vanvitelliana. Servirà ancora qualche mese, ma il ministero dei Beni Culturali ha annunciato l'invio dei fondi. La reggia e' stata, infatti, interessata da due crolli negli ultimi due mesi - l'ultimo e' del 5 ottobre scorso - e per questo motivo le entrate principali sono state transennate e lo saranno almeno fino a Natale.

Fonte: AGI



mercoledì 7 novembre 2012

A Catania "Stop allo 048 degli oggetti": i rifiuti innalzati ad opera d'arte.



Cosa rappresenta la prassi "dell'usa e getta" se non la morte dell’oggetto? 
Scaraventato sui marciapiedi, preso a calci nella metropoli, condannato a morte, sembra attendere che qualcuno o qualcosa decreti la sua fine, l’oggetto si è trasformato, è diventato rifiuto. 
Dal 17 Novembre al 6 Dicembre 2012, presso le Ciminiere di Catania, artisti e designer proporranno al pubblico una possibile seconda vita per gli oggetti scartati, promuovendo il riciclo e mettendo a fuoco tematiche sociali, tenute ai margini nella nostra quotidianità. 
L’evento, alla sua seconda edizione, curato da Daniela Aquilia, è organizzato dall'associazione Ideattiva, in collaborazione con Spazio Vitale In e Atelier Manituana; è promosso dalla Provincia Regionale di Catania ed è patrocinato dal Ministero dei Beni Culturali, dall’ Asp, dalla Stamperia Regionale Braille e da Admo. 
Main sponsor Oikos, spa.

Artisti:
Filipe Alarcon, Paolo Bellisario, Cristian Cellini, Andrea Cingoli, Maria Berenato, Chiara Bertin, Graziella Bonaccorso, Riccardo Bonfaldini, Salvatore Bonfiglio, Tomas Filippo Bordigon, Marco Brunelli, Angelo Carmisciano, Erika Ceccaroli, Nella Ciofalo, Antonio Corselli, David D'annunzio, Alessandro Danzè, Georgia De Angelis, Silvia De Gennaro, Rosario Di Caro e Giuseppe Pomidoro, Dario Di Franco, Ottavio Di Paolo, Massimo Di Rocco, Sebastiano Distefano, Ali Zulfikar Dogan, Enas Elkorashy, Luigi Franzese, Loris Ferruzzi, Strina Celeste Foti (Astra arte), Gazzara Tiziana e Loredana Mazza, Liana Ghukasyan, Graziana Giunta, Claudia La Spina, Alessandra Lanese, Roberta Lazzarato, Loredana Leonardi, Maria Leonardi, Francesco Messina, Fabio Modica, Isabella Nuovo, Stefania Maia Oprea, Martina Pancrazzi, Francesco Paternò, Salvatore Platania, Fedra Parisi, Valentino Presti, Luca Prete, Cristiano Polato, Giuseppe Quercia, Gualtiero Redivo, Sandra Rizza, Giuseppe Rogato, Francesco Romoli, Silvestro Ruggeri, Mavi Santarelli, Francesca Sigilli, Luigi Smeraldi, Maurizio Tomasello, Marcello Trovato, Vladym Trykoz, Gerad Valls Diaz, Desy Vanni, Stefania Verderosa. 
Su invito: 
Daniele Alonge, Antonello Arena, Claudio Arezzo di Trifiletti, Andrea Cantieri.

Conferenza inaugurale
17 Novembre ore 18,00 presso Le Ciminiere, Padiglione C2; seguirà inaugurazione presso Padiglione E5

Orari di apertura 
Le Ciminiere, Padiglione E5
Da martedì a domenica ore 10/13 – 16/19. Lunedì chiuso.

Info:
www.stop048oggetti.it
Associazione Ideattiva http://www.associazioneideattiva.it/
cell. 3471960796
info@stop048oggetti.it ideattiva.catania@gmail.com